| Palazzo Castriota - Il Palazzo rinato |
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Palazzo Castriota è un pezzo di borgo vertiginosamente arroccato, un luogo magico e seducente pieno di storie da raccontare. A vederlo da lontano si mostra come una rocca rinserrata da poderosi contrafforti. Ed è proprio questa è la sensazione che si avverte entrando in questo palazzo, avventurandosi tra scalinate, passaggi voltati, camere, sale. Quello che a prima vista sembra un antico maniero è senza dubbio il più bell’esempio di recupero di un palazzo storico a Corigliano. Il complesso intervento, che ha interessato un edificio di oltre 750 metri quadrati, sono durate tre anni (2007-2009). Si tratta di un edificio di forma irregolarmente quadrangolare costruito nella seconda metà del ‘500. A farlo edificare fu Cesare Castriota di San Pietro in Galatina. Tutto ebbe inizio quando don Cesare alienò ad Alessandro Abenante la sua precedente dimora, il Palazzo di Corte situato a fianco del castello (divenuto poi, appunto, palazzo Abenante). In quel tempo, infatti, Cesare cede ad Alessandro Abenante, padre della sua futura terza moglie, Giulia Abenante, il palazzo di Corte che egli aveva acquistato l’11 ottobre 1571 da Niccolò Berardino Sanseverino. Termine ante quem è fornito da questo spoglio notarile che ci permette di comprendere come la costruzione di quello che sarà palazzo Castriota avvenne tra il 1570 e il 1590.Quello che però a nostro avviso risulta più rilevante, ai fini della ricostruzione delle prime vicende costruttive, non è la vendita ma l’acquisto di alcune “case in S.Luca”, abitazioni che egli compera nel frattempo che vende il palazzo nei pressi del castello. E’ evidente che Cesare ha in animo di costruire, forse in parte con il ricavato della vendita, una domum palatiata accanto alla chiesa di San Luca e a ridosso della cerchia muraria, un luogo racchiuso dalle mura bastionate del periodo aragonese. Rafforza la nostra tesi il fatto che tra il 1551 e il 1606 le concessioni per costruire nuove case sulle mura furono 29, e Cesare Castriota è tra questi. Quando pensiamo a questo palazzo bisogna però pensare ad un edificio che si costruisce nel tempo. Il nuovo sito è un posto sicuro ma non offre molto spazio per un nuovo palazzo. Per ottenere più superficie i costruttori ebbero però l’intuizione di cavare il terreno sottostante al piano delle abitazioni sino a raggiungere il livello della roccia. Altro spazio sarà ricavato realizzando nuove fabbriche, senza soluzione di continuità, agli edifici adiacenti (il caratteristico vicolo-scalinata che corre nella parte bassa dell’edificio - una vinella di collegamento tra abitazioni diverse sopra la quale si costruì per unire tra loro le case - è forse proprio quanto rimane delle precedenti abitazioni). Alla fine quello che ne deriva è un edificio che diviene un corpo unico con le mura sottostanti.
Negli anni successivi il palazzo è oggetto di rifacimenti e nuovi ampliamenti che gli conferiscono le forme e i volumi in cui noi oggi lo vediamo. Rare immagini ci sono fornite dalle incisioni dedicate a Corigliano nella celebre opera del Saint-Non, il Voyage pittoresque (Paris 1781-1786). La tavola n. 347 dal titolo “Vue prise sur les hauteurs de Corigliano au sortis de la ville, du côté de la plaine de Sybaris”, ci mostra in alto a sinistra proprio il nostro edificio, raffigurato con le sue inconfondibili forme in cima ad un inaccessibile dirupo. Alla fine del ‘700 i Castriota si estinguono. L’immobile passa in eredità dapprima ai Solazzi, poi ai discendenti di questi, i Gaetani d’Alife prima e i Riseis di Bovino dopo. La storia corre veloce. Negli anni Trenta del ‘900 la duchessa di Bovino cede il palazzo ai Tricarico suoi amministratori di fiducia. Nicola Tricarico ne ha il possesso dal 1930 al 1950, anno della sua morte. Poi per l’edificio inizia un lento ma inesorabile declino. Dopo quarant’anni di abbandono e incuria, nel 1995 il vecchio e malandato edificio passa ancora di mano quando viene acquistato da Luigi Petrone. Sono anni difficili, ricostruire è costoso. Pur tuttavia si decise di dare inizio presto ai lavori. Della magnificenza antica restava oramai poco, dei soffitti dipinti solo tracce, ma per il resto il palazzo si presentava in buone condizioni strutturali. L’idea di farne un hotel non nasce subito, ma quando si decise di farne un albergo non fu cosa facile pianificare gli interventi per adattarlo alla futura destinazione. Il recupero impose una rilettura della disposizione originaria degli ambienti, ma nello stesso tempo forte era la volontà di non violare la natura originaria dell’edificio.Le analisi condotte sulle fondamenta permisero di stabilire come l’edificio poggiasse direttamente sulla viva roccia, come tutto il borgo antico del resto.La ristrutturazione avviene secondo principi che rispettano le direttrici divisorie interne, la scalinata coperta, gli ambienti voltati, i prospetti esterni. I lavori, diretti da Aprelino e Genovese, mettono in luce l’originaria costruzione cinque-seicentesca.
Gli ambienti di quello che presto sarà un hotel vengono realizzati intervenendo il meno possibile sulla struttura originaria, rispettando gli spazi autentici, svelando e valorizzando ogni particolare scoperto. Gli ambienti un tempo adibiti a cantina e deposito sono recuperati per ricavarne la reception e la caffetteria dell’hotel, quelli del piano superiore destinati alla ristorazione mentre gli appartamenti del piano nobile e della servitù, i più in alto, naturalmente camere d’albergo; i futuri ospiti continueranno a dormire in ambienti già utilizzati per il riposo notturno. Viene così ottenuta una distribuzione degli spazi più funzionale destinando ogni piano ad una sola attività. Gli intonaci recuperano le cromie antiche, le travi di legno rimesse al loro posto, le porte sistemate a nuovo ritornano a chiudere, i pavimenti sono sempre in cotto, fatto a mano. Pure le ringhiere dei balconi, in ferro battuto, ripropongono il disegno originale mentre gli infissi, ecologici, sono straordinariamente somiglianti al legno. Sulle facciate sono rifatti gli intonaci mentre l’antica muratura in sasso è ripulita lasciata a vista con gli archi in cotto. All’esterno l’edificio mostra il meglio di se, nel rosone, un merletto di pietra di Matera, nel toro marcapiano, che cinge come una cintola questo vecchio signore; ricompare il blasone dei Castriota con l’aquila a due teste ed un antico ingresso su un lato del palazzo contraddistinto da un antico arco modanato in pietra. Un’attenzione speciale è dedicata all’illuminazione, un sistema RGB che esalta, con giochi di luce di sera, il profondo impatto delle prospettive visuali con lo spazio circostante. Non manca un tocco d’esotismo con una palma a darci il benvenuto.Patrimonio della città, con il suo restauro di questo edificio, la proprietà di questo palazzo ha inteso compiere un’esperienza di conservazione culturale dove l’edificio è attore e nello stesso tempo spettatore della storia. © Castriota srl 2009 |







La Storia
Si tratta di un edificio di forma irregolarmente quadrangolare costruito nella seconda metà del ‘500. A farlo edificare fu Cesare Castriota di San Pietro in Galatina. Tutto ebbe inizio quando don Cesare alienò ad Alessandro Abenante la sua precedente dimora, il Palazzo di Corte situato a fianco del castello (divenuto poi, appunto, palazzo Abenante). In quel tempo, infatti, Cesare cede ad Alessandro Abenante, padre della sua futura terza moglie, Giulia Abenante, il palazzo di Corte che egli aveva acquistato l’11 ottobre 1571 da Niccolò Berardino Sanseverino. Termine ante quem è fornito da questo spoglio notarile che ci permette di comprendere come la costruzione di quello che sarà palazzo Castriota avvenne tra il 1570 e il 1590.

All’esterno l’edificio mostra il meglio di se, nel rosone, un merletto di pietra di Matera, nel toro marcapiano, che cinge come una cintola questo vecchio signore; ricompare il blasone dei Castriota con l’aquila a due teste ed un antico ingresso su un lato del palazzo contraddistinto da un antico arco modanato in pietra. Un’attenzione speciale è dedicata all’illuminazione, un sistema RGB che esalta, con giochi di luce di sera, il profondo impatto delle prospettive visuali con lo spazio circostante. Non manca un tocco d’esotismo con una palma a darci il benvenuto.




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