Week-end a Corigliano Calabro
Tre giorni e due notti al Relais Palazzo Castriota in mezza pensione, con due serate speciali di cene, una di terra e una di mare, a lume di candela.
Esperienze culinarie d'alto livello proposte dallo Chef Giuseppe Russo Euro 180,00 a persona per il week-end
Corigliano non sorprende, incanta, non conquista al primo sguardo ma poco a poco. Clima mediterraneo per molti mesi l’anno, cool, affascinante con le sue architetture militari e religiose, Corigliano è uno dei borghi più accoglienti del Sud. Ha la spettacolarità degli antichi borghi della Toscana, il fascino di quelli dell’Umbria, eppure ci troviamo in Calabria, in provincia di Cosenza.
Arte, natura, cucina e relax sono gli ingredienti che offre. A pochi minuti dal mare e dai monti, il connubio mare-montagna trova qui la sua esaltazione, una seduzione in cui si ha sempre voglia di “tuffarsi”. Questo luogo è il posto ideale per viverci, ma anche per una breve vacanza. Se siamo tra quelli che hanno la fortuna di trascorrervi un breve soggiorno, magari ospiti nell’accogliente cornice del relais hotel Palazzo Castriota, avremo più di un’opportunità per andare alla scoperta del suo centro storico, uno dei più attraenti. Il nostro viaggio alla scoperta di questo borgo può iniziare dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Fu eretta alla fine del X sec. ma notizie certe si hanno nel 1329 quando è riedificata per volontà di Ruggero di Sangineto conte di Corigliano. Nel timpano della facciata, barocca come l’interno, è collocata una statua di legno della Madonna Assunta. Accanto s’innalza la torre campanaria con una rara meridiana. L’interno, ad una sola navata e con cappelle su un solo lato, conserva statue, dipinti ed opere dei secc. XVII-XVIII. Segnaliamo tra questi una Sant’Agata del ‘600 attribuita a Cesare Fracanzano, gli altari di marmo policromo intarsiato (ca 1750) e un fonte battesimale cuspidato (1782). Nell’abside l’opera più pregevole è il coro ligneo con sedici stalli opera del tardo Settecento di Agostino Fusco (1784); sopra di questo, sullo sfondo dell’abside, una bella tela con l’Assunta alla quale la chiesa è dedicata. Merita però uno sguardo sulla cantorìa un maestoso organo indorato dello stesso periodo. Prima di andare diamo uno sguardo al tesoro della chiesa che conserva tra paramenti liturgici di seta e ricami d’oro, ostensori e calici d’argento di rara bellezza.
Lasciati questa chiesa, possiamo proseguire in direzione dell’imponente castello ducale per raggiungere la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo situata proprio accanto. Di antica fondazione, nel 1440 è eretta a Collegiata. Più volte rimaneggiata, è rifatta di sana pianta tra il XVII e il XVIII secolo. La facciata di gusto ottocentesco ha un interno tardo barocco formato da tre navate. Della chiesa antica restano oggi, nel presbiterio un olio su tela raffigurante San Basilio abate, proveniente dall’abbazia del Patire, due busti lignei policromi di S. Pietro e S. Paolo e due affreschi del sec. XVIII raffiguranti gli arcangeli Michele e Gabriele con Tobiolo. Ma il vero motivo che da solo giustifica una visita a questa chiesa è la preziosa tavola del ‘400 raffigurante la Nuova Odigitria, un’icona doubleface proveniente da Bisanzio e commissionata tra il 1448 e il 1458 da Atanasio Chalkeopoulos archimandrita del monastero basiliano del Patirion da dove l’opera proviene. Prima di proseguire per altre chiese facciamo una sosta nel Castello Ducale. Mille anni di storia sono racchiusi tra le mura di questo maniero, edificio simbolo del borgo. Si tratta di uno dei castelli che Roberto il Guiscardo, nel suo progetto di conquista del sud dell’Italia, costruì in Calabria. Quello che oggi tuttavia vediamo non è il maniero normanno ma la fortezza costruita nel 1493 dal re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, un robusto fortilizio con mura a scarpa, cingolo lapideo, torri d’angolo, fossato e ponte levatoio. Una particolarità che lo rende diverso degli altri è il rivellino, una robusta costruzione con base a scarpa che pare sia stata costruita su disegno del celebre architetto militare Francesco di Giorgio Martini. Della rude fortezza normanna rimane traccia nelle prigioni e nei passaggi segreti, per il resto il maniero si mostra come una nobile ed accogliente palazzo signorile in cui fu trasformato, tra il ‘600 e l’800, dai duchi Saluzzo prima e dai baroni Compagna dopo. Molte le cose da vedere, le antiche cucine, il salone degli specchi, le sale, il mastio, l’archivio Compagna e la Cappella ducale che al suo interno custodisce due veri capolavori, la Madonna delle rose, trittico dipinto nel 1872 dal pittore napoletano Domenico Morelli e l’affresco sulla volta con l’Apoteosi di Cristo del fiorentino Girolamo Varni (1861-1867). Ritornando sui nostri passi, per visitare la Chiesa di Santa Chiara, vicina al castello, e quella della Riforma, un po’ più defilata, è meglio non attendere perché entrambe chiuse in attesa di restauri. Meglio andare a vedere la Chiesa di San Francesco di Paola. Chiese e conventi erano costruiti dai fedeli in onore di santi e madonne. Questa invece fu costruita con le proprie mani direttamente del Santo al quale è dedicata. Quando Francesco di Paola giunse, già carico di gloria e di santità, nel 1476 questo posto era un luogo romito e solitario. Per edificare le mura del suo convento fu costretto a costruirsi una fornace per i mattoni e a progettare un acquedotto per avere l’acqua (quello che s’innalza con ardite arcate su via Roma). Di quel periodo la chiesa conserva sulla facciata un portale di pietra arenaria datato 1496 ed affreschi della fine del ‘500. All’interno, ad unica navata, nel presbiterio sulla parete di fondo si ammira una grande tela di Felice Vitale da Maratea, il Trionfo del nome di Gesù (1584) e, sopra di essa, una SS. Trinità, tavola del pittore cosentino Pietro Negroni (1505-1565). Frammenti di santità, le reliquie del Santo, sono conservati nella sagrestia, un pezzo della sua canna, un cordone, un crocefisso d’ottone, e un reliquiario d’argento con un pezzo di costato inserito nel busto ligneo policromo del santo. A fianco sorge l’omonimo convento dei frati Minimi con un chiostro ad arcate sovrapposte. Una curiosità. Il Santo probabilmente non visse mai nell’edificio da lui costruito. A pochi metri dalla chiesa si trova un romitorio detto di “San Francischiello”; qui l’umile frate si rifugiava per raccogliersi in preghiera e per il riposo poggiando il capo, per guanciale, su un sasso. Proseguendo oltre, si raggiunge la Chiesa di Sant’Anna, o dei Cappuccini com’è abitualmente è indicata, eretta con il convento nel 1582. Un tempo si trovava in luogo isolato. I frati cappuccini la edificarono qui proprio perché garantiva silenzio e quiete. E’ una piccola chiesa, a navata unica e con cappelle su un solo lato, ma è un autentico scrigno d’arte del ‘600. Di quest’epoca conserva numerose opere di legno scolpito, altari con colonnine binate, pulpiti, cibori intagliati, ricche cimase, statue, tutto in rigoroso stile barocco. Un vero capolavoro è il monumentale polittico posto dietro l’altare maggiore realizzato negli anni 1606/12 dal pittore umbro Ippolito Borghese. Di questo pittore la chiesa conserva altre opere, una Madonna in gloria, due Angeli adoranti, un Gesù Bambino dormiente ed ancora un’Annunciazione, tale da farla renderla un museo dedicato al pittore umbro. Tra i meravigliosi intagli lignei della stessa epoca, ammiriamo sulla parete di destra un olio su tela raffigurante una Flagellazione di scuola fiamminga (Luca di Leida?) e un busto policromo del Cinquecento rappresentante, l’Ecce Homo, portato dalla Spagna dal Matteo Persiani, padre cappuccino fondatore della chiesa e del convento.
Abbandoniamo la parte alta del borgo e ci portiamo verso il basso del paese. La Chiesa di Sant’Antonio fu costruita nella prima metà del Quattrocento per opera di Antonio Sanseverino, conte di Corigliano. Di quel periodo si conserva nella sacrestia vecchia il monumento funebre di Barnaba Abenante (1522), equilibrato esempio di scultura rinascimentale. La pianta è a croce latina e nelle cappelle laterali sono posti altari, balaustre ed acquasantiere in marmi mischi della fine del ‘700; nel presbiterio si segnalano due grandi dipinti di Leonardo Antonio Olivieri (1689-1752), allievo del Solimena. Quest’edificio è un frammento di costiera amalfitana sullo Jonio. In piena temperie barocca, quando si riformarono al nuovo stile gran parte degli edifici religiosi cittadini, i frati Conventuali non vollero essere da meno è, nello stupore generale, fecero erigere nel 1740 una cupola e sei mezze cupolette che, come nella migliore tradizione napoletana, fecero rivestire di maioliche con i toni intensi del giallo e dell’azzurro. Il nostro percorso si conclude alla Chiesa del Carmine. Se abbiamo voglia di vedere qualcosa di diverso e qui dobbiamo andare. Edificio tardo gotico ma edificato in epoca romanica, la chiesa del Carmelo o del Carmine, è dedicata all’Annunciazione. Sorge ai piedi del borgo per dare il benvenuto a pellegrini e viandanti che giungevano da lontano. Fu voluta dal conte Girolamo Sanseverino sponsorizzato dagli Angioini, come ricorda un motivo di gigli che corrono sotto l’intradosso di uno dei portali sulla facciata. Fu rimaneggiata in età aragonese verso la fine del Quattrocento e riconsacrata nel 1493 dall’Arcivescovo di Rossano Giovan Battista de’ Lagni. La facciata di quel periodo conserva alcuni affreschi murali della prima metà del secolo XVI e tre portali litici il centrale dei quali ha un arco ogivale ornato da angeli musici. L’interno, in stile barocco, è a tre navate con quella centrale con volta a botte fregiata con dipinti raffiguranti l’Eterno Padre, l’Annunciazione e lo Stemma dell’ordine dei Carmelitani (1744). A fianco si trova il restaurato convento che con la magnifica torre campanaria dal coronamento a guglia conclude, come in un affresco medievale, quest’insieme di arte e di fede.
© Luigi Petrone/Castriota srl-2009
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